Cosa succede se un Paese lascia l’euro?

Se vi state domandando che cosa potrebbe accadere nell’ipotesi in cui un Paese dovesse lasciare la zona euro, è la stessa BCE a fornire qualche spunto di valutazione piuttosto interessante. Di fatti, qualche giorno fa, rispondendo a una istanza di due parlamentari europei, la Banca Centrale Europea ha affermato chiaramente che “se un Paese lasciasse l’Eurosistema, i crediti e le passività della sua Banca centrale nei confronti della Bce dovrebbero essere regolati integralmente”. Una sostanziale chiusura dei rapporti che farebbe pertanto seguito all’abbandono dell’adozione della valuta unica europea.

In merito, è emerso anche che gli sbilanci nell’ambito dell’Eurosistema, i cosiddetti “saldi TARGET2” sono tornati a aumentare nel corso degli ultimi anni, raggiungendo livelli record per l’Italia e la Spagna dal lato passivo, e per la Germania e per l’Olanda da quello attivo. Queste poste patrimoniali, che consentono di provvedere a una copertura automatica dello sbilancio nei pagamenti nell’ambito dell’unione monetaria, vengono remunerati ad un tasso pari a quello sulle operazioni principali di rifinanziamento. Nella lettera, la Banca Centrale Europea spiega la formazione dello sbilancio come un effetto collaterale dell’APP, poiché l’80 per cento circa dei titoli che sono stati acquistati dalle NCB sono stati poi venduti da controparti collocate in altri Paesi, e la metà da controparti esterne all’Eurozona che usano la Bundesbank come punto di accesso a TARGET2.

Ad ogni modo, poi la stessa Banca Centrale Europea ha provveduto a menzionare la diversificazione di portafoglio come un altro fattore che spiega gli sviluppi di cui sopra.

Per quanto concerne le ultime dichiarazioni da parte di alcuni membri dell’istituto monetario europeo, si registra l’intervento di Coeuré, che ha ripetuto il messaggio del comunicato stampa della Banca Centrale Europea dello scorso giovedì, sottolineando come “per il momento il rialzo dell’inflazione è dovuto alle pressioni sui prezzi delle materie prime che tuttavia non si sono ancora trasmesse ai prezzi interni”. Coeuré ha poi aggiunto altresì che per il momento non vede la necessità di terminare il programma di quantitative easing che – ricordiamo – dal 1 aprile 2017 verrà “ridotto” nei volumi, pari a 60 miliardi di euro al mese, contro gli 80 miliardi di euro al mese attuali (la scadenza naturale del programma, a dicembre 2016, è stata prorogata a dicembre 2017). Riguardo infine alle posizioni di Trump sul commercio estero, Coeuré ha ribadito quanto possano essere pericolose le misure protezionistiche.

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