Ferrari, rettilineo finale per lo sbarco in Borsa

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La Ferrari è sempre più vicino alla quotazione a Wall Street. Con l’avvio del processo dell’initial public offering, l’offerta pubblica iniziale della casa di Maranello, la strada verso i listini entra nella sua fase più calda, alimentando l’impressione di un’Ipo da 1 miliardo di dollari, con il prezzo definitivo da fissare nella settimana del 12 ottobre, dopo il primo anno di vita della società nata dalla fusione di Fiat e Chrysler.

Come ricordava un approfondimento curato dal quotidiano la Stampa, quello in atto è un processo che prevede l’offerta del 10% del capitale del Cavallino Rampante e che dovrebbe concludersi verso fine ottobre con lo sbarco sul New York Stock Exchange. Grandi le attese: secondo gli osservatori, infatti, le richieste per le azioni Ferrari potrebbero superare di 10 volte l’ammontare disponibile sul mercato con l’Ipo, dimostrando dunque l’enorme attenzione nei confronti della casa di Maranello, la cui valutazione rimarrebbe dunque di 10 miliardi di euro, lo stesso valore che aveva prima dello scandalo Volkswagen.

Per quanto attiene le parti interessate, nel gruppo delle banche in campo per l’Ipo a New York ci sono Ubs, Merril Lynch e Banco Santander, da integrarsi poi con le ultime entrate, Bnp-Paribas, Mediobanca, Jp Morgan e Allen & Co.

Tecnicamente, così come già avvenuto con Fca, la società sarà quotata a Wall Street come mercato principale, con lo strumento di una holding di diritto olandese con sede legale ad Amsterdam. Ferrari spa, invece, continuerà a pagare le tasse in Italia. Alla fine del processo di separazione, sosteneva ancora il quotidiano torinese, la quota di controllo della Ferrari passerà da Fca a Exor, la holding della famiglia Agnelli, alleata con Piero Ferrari che conserverà il 10% dell’azienda.

A proposito di Fiat e di Stati Uniti, rimane invece una grana in ambito FCA, la cui strada per il rinnovo del contratto di lavoro dei lavoratori Usa si è fatta piuttosto ardua da percorrere. I dipendenti a stelle e strisce hanno infatti detto no all’accordo per il nuovo contratto di lavoro, firmato dall’amministratore delegato del gruppo Sergio Marchionne e dal leader del sindacato Uaw, Dennis Williams. Una vera doccia fredda per FCA, che anche attraverso tale accordo aveva scelto di rinvigorire la propria presenza e la propria credibilità sul mercato americano, e che ora invece rischia di essere messa in discussione…

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